postato il 27 luglio 2011 da Webmaster | in "Interventi in Aula"

Intervento in aula su manovra economica

AULA
16 giugno 2011

Seguito della discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70, concernente Semestre Europeo – Prime disposizioni urgenti per l’economia (A.C. 4357-A)

ROBERTO OCCHIUTO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mentre tutto il Paese si interroga su come realizzare gli obiettivi della crescita, pure in un quadro di stabilità dei conti pubblici, così come chiede l’Europa, ed il Governo e i partiti della maggioranza sembrano discutere, anche piuttosto animatamente tra di loro, della riforma fiscale, di come farla senza produrre deficit, di quante aliquote fissare, di come si debba finanziare la riforma fiscale, nonostante il monito della Commissione europea che ci invita a destinare ogni risorsa alla riduzione del debito, insomma, mentre si discute di tutto questo nel Paese, il Governo e la maggioranza partoriscono il presente decreto-legge che è davvero ben poca cosa rispetto alla discussione che sta impegnando tutti, come leggiamo ogni giorno sulle pagine dei giornali, e che sta impegnando anche la maggioranza, i partiti che la compongono ed il Governo.A leggere le pagine di questo decreto-legge sembra che quella discussione sia finta, sia una discussione che non esiste, sia soltanto un modo, per il Governo, per tentare di recuperare un consenso che ormai va spegnendosi. In questo decreto-legge non vi è neanche un accenno a quei problemi che si pongono nella discussione politica, nelle televisioni, nelle trasmissioni, sui giornali, nel dibattito – finto, come dicevamo – tra le parti politiche della maggioranza. Questo decreto-legge, nella sostanza, sembra fuori dal contesto perché non affronta alcuno dei problemi che riguardano la crescita del Paese, ma sembra piuttosto un provvedimento omnibus, una sorta di zibaldone legislativo, che reca un titolo ambizioso (disposizioni urgenti per l’economia) e che sulla stampa viene indicato addirittura come il cosiddetto decreto sviluppo. Invece, si occupa di microquestioni di scarsissima rilevanza.
Intendiamoci bene: alcune delle questioni contenute in questo decreto-legge rappresento soltanto degli spot, altre affrontano dei problemi, ma in maniera peggiorativa, ed altre ancora, invece, sono condivisibili. Tutte insieme, però, non servono in alcun modo a dare la scossa all’economia che più volte è stata annunciata e che ancora il Paese attende. La verità, che pochi hanno il coraggio di dire, è che scosse all’economia, in questo Paese, in questo momento della nostra vita politica ed istituzionale, non ce ne saranno. Le scosse all’economia, infatti, le riforme importanti, come la riforma del fisco, e le altre riforme che servirebbero per restituire ai giovani il futuro che la politica debole, incapace di decidere, senza coraggio, ha loro sottratto, i Governi possono farle all’inizio della legislatura e non alla fine, possono farle quando sono forti, autorevoli, quando godono di prestigio e di autorevolezza tra i cittadini.
Ma vi pare che questo Governo abbia la forza e l’autorevolezza per occuparsi delle riforme necessarie e strategiche come quella del fisco? Ma c’è qualcuno che oggi possa pensare che questo Governo abbia questa forza? Persino su questo provvedimento, che era un provvedimento minore, avete avuto difficoltà in Commissione – mi rivolgo ai colleghi della maggioranza – e siete stati costretti – mi rivolgo al Governo – a mettere la fiducia perché la vostra maggioranza è traballante, è legata agli umori di qualche «responsabile».
Mi chiedo che cosa accadrà quando dovrete fare la manovra, non necessariamente quella da 40 miliardi che chiede l’Europa, ma anche quella che voi avete definito di semplice manutenzione. Come terrete insieme una maggioranza che sembra aver perduto ogni collante? Come potete fare la riforma del fisco se continuate a rappresentarvi all’Europa non come quelli che vogliono utilizzare le riforme e soprattutto la leva fiscale per conseguire l’obiettivo della crescita, seppure in un contesto di stabilità dei conti, ma piuttosto come quelli che pensano che la riforma fiscale debba essere uno strumento per recuperare consenso nel dibattito politico interno, magari facendola anche in deficit o con dubbie coperture, magari strappandola al Ministro Tremonti che abbiamo più volte contestato per i suoi tagli lineari? Tante volte abbiamo detto che anche i tagli lineari di Tremonti rappresentano un modo di procedere della politica debole, incapace di scegliere tra la spesa pubblica cattiva e la spesa pubblica buona, incapace di fare tagli selettivi e di porre mano ad un’opera ambiziosa, ma anche maggiormente equa di spending review.
A Tremonti tuttavia riconosciamo il merito di non essersi aggiunto al coro ipocrita di quelli che ritengono che ogni principio possa essere sacrificato sull’altare dell’opportunismo di parte.
La verità è che ancora molti di voi discutono come se la leva fiscale e le scelte di politica economica fossero ancora tutte, signor Presidente, nella disponibilità esclusiva dei governi nazionali, come se le regole della nuova governance economica europea non ci fossero, come se la dimensione del nostro debito pubblico – 1890 miliardi di euro e 80 miliardi di interesse all’anno – associata alla bassa crescita strutturale del PIL non ci imponessero invece di guardare all’Europa con la stessa attenzione che si deve a chi potrebbe essere il nostro fideiussore contro la speculazione finanziaria internazionale.
Non è possibile per la Germania «infischiarsi» dell’Europa. Figuratevi se è possibile per noi! Ed infatti il massimo che in queste condizioni il Governo riesce a produrre è questo «piccolo» decreto-legge che impropriamente sui giornali – ripeto – molti definiscono decreto sviluppo. Dicevamo un decreto-legge delle piccole cose alcune delle quali anche condivisibili, come quelle che riguardano il credito di imposta sia quello per la ricerca scientifica sia quello per l’occupazione nel Mezzogiorno. Su quello per l’occupazione nel Mezzogiorno però abbiamo rilevato, anche nella discussione in Commissione, che, per quanto possa essere da condividere un intervento che si pone per obiettivo di affrontare in qualche modo il tema della disoccupazione nel Sud, il credito di imposta non è assolutamente sufficiente, non è uno strumento da solo assolutamente sufficiente.
Infatti, nel Mezzogiorno la disoccupazione che assume dimensioni estremamente più gravi che nel resto del Paese. Si pensi che nel sud, secondo le stime dello Svimez ma anche secondo i dati dell’ISTAT, meno di un giovane su tre lavora. La disoccupazione è però nel Mezzogiorno l’effetto di un altro problema che è costituito dalla debolezza strutturale del tessuto economico delle regioni meridionali, delle regioni obiettivo convergenza. In pratica le imprese non assumono perché non possono, perché non riescono a trovare o a sviluppare mercati significativi e ho paura che l’intervento sul credito di imposta per i nuovi assunti nel sud si possa trasformare in un incentivo soltanto per chi avrebbe assunto altri lavoratori e non in un ampliamento della base occupazionale.
Comunque qualcosa per l’occupazione nel Mezzogiorno è in ogni caso meglio di niente.
Siamo felici invece di aver contribuito a migliorare notevolmente questo provvedimento con un nostro emendamento che, peraltro, recepisce una specifica richiesta di Confindustria. Mi riferisco all’emendamento che poi ha trovato posto nel testo del decreto-legge come articolo 2-bis.
È quella norma che riguarda il credito d’imposta anche per gli investimenti che le imprese faranno nelle aree sottoutilizzate, nelle regioni del Mezzogiorno, investimenti in innovazione, laddove le imprese hanno maggiore bisogno di essere innovative per poter competere. Abbiamo proposto in sostanza – e il Governo ha accettato la nostra proposta – di ripristinare il vecchio credito d’imposta già previsto nella finanziaria del 2007 per le imprese che acquistano nuovi beni strumentali destinati a strutture produttive ubicate nel Mezzogiorno.
La vera novità però di questo intervento consiste nella sua copertura: noi abbiamo chiesto che questa iniziativa fosse finanziata non con fondi ordinari dello Stato, bensì proprio con i fondi di derivazione comunitaria, con le risorse per esempio del Fondo di sviluppo regionale e con quei fondi dei piani operativi regionali che spesso non vengono spesi o che vengono spesi male. Vorrei ricordare che al 31 dicembre dell’anno scorso soltanto il 9 per cento di questi fondi comunitari era stato rendicontato alle regioni del sud; la media in Europa era del 18 per cento. Entro il 31 dicembre di quest’anno dovranno essere spesi e rendicontati, quindi non solo impegnati, ma spesi, erogati e rendicontati, ben 8 miliardi di euro di queste risorse, altrimenti, per effetto della regola del disimpegno automatico, queste risorse torneranno a Bruxelles, affinché possano essere assegnate a regioni europee più virtuose nella spesa dei fondi per conseguire l’obiettivo della convergenza.
Ebbene, noi abbiamo chiesto che questo intervento si finanziasse con queste risorse, per dare al Governo la possibilità di utilizzare un altro strumento per velocizzare e qualificare la spesa delle risorse comunitarie, non il FAS, bensì proprio le risorse destinate a fare sviluppo attraverso l’investimento nelle imprese. È un intervento virtuoso, perché interviene proprio sui processi di innovazione del sistema produttivo ed imprenditoriale del Mezzogiorno. È un intervento che potrebbe piacere anche al nord, non è orientato soltanto al sud, ma potrebbe piacere anche al nord intanto perché dimostra che si può intervenire con agevolazioni per il Mezzogiorno senza determinare specchi.
Spesso queste risorse vengono orientate attraverso finanziamenti a fondo perduto, che determinano anche uno scadimento nella cultura d’impresa, perché molti vanno dove c’è il finanziamento e non dove c’è il mercato. Ebbene, noi con questo strumento abbiamo pensato ad un incentivo automatico, come il credito d’imposta, che come dicevo dovrebbe piacere anche al nord, perché è evidente che, se le imprese del Mezzogiorno decidono di utilizzare questo strumento comprando beni ed attrezzature, noi facciamo un favore e una cosa positiva anche per le imprese italiane che operano nel manifatturiero e che questi beni possono fornire alle imprese del Mezzogiorno. Quindi siamo orgogliosi di aver proposto questo intervento e siamo felici che il Governo lo abbia accolto.
Ho ascoltato ieri qualche collega lamentarsi del fatto che questo intervento non sia stato finanziato con le risorse del FAS. Io ho un’opinione esattamente opposta: le risorse del FAS che nel decreto-legge in esame oggi, per effetto di qualche altro emendamento, verranno per esempio impiegate per finanziare, anche a titolo di anticipazione, ma forse anche a titolo definitivo, il credito d’imposta per l’occupazione, sono risorse che invece vanno utilizzate per le infrastrutture, per i porti, per le strade, per le cose che mancano al Mezzogiorno affinché il Mezzogiorno si possa sviluppare. Utilizzarle per finanziare il credito d’imposta per l’occupazione significa anche procedere ad una sorta di dequalificazione della spesa di queste risorse, che invece sono strategiche nella misura in cui riescono ad essere investite per dotare il Mezzogiorno delle infrastrutture necessarie.
L’obiezione che veniva mossa era questa: siccome non si finanziano con le risorse del FAS, ma si finanziano con i fondi contenuti nei programmi operativi regionali ci deve essere l’assenso delle regioni – questo è vero – ma soprattutto ci deve essere l’assenso della Commissione europea, che si diceva potrebbe vedere in questo strumento anche un’infrazione delle regole sulla concorrenza.
Non è così, perché la virtuosità sta proprio nel fatto che questo strumento costituisce una modalità per spendere meglio le risorse di provenienza comunitaria del Fondo di sviluppo regionale.
È vero che questa misura dev’essere approvata dalla Commissione europea, così come quella sul credito di imposta per i nuovi occupati, ma è una misura perfettamente compatibile con il Patto Euro plus, stipulato dal Consiglio d’Europa il 24 e 25 marzo scorso. In esso – e lo leggo testualmente proprio per fugare i dubbi di qualche collega intervenuto ieri in questo dibattito – si prevede che: «per assicurare la diffusione di una crescita equilibrata in tutta la zona euro, saranno previsti strumenti specifici e iniziative comuni ai fini della promozione della produttività nelle regioni in ritardo di sviluppo».
In sostanza, proprio nel mese scorso, il problema degli squilibri territoriali e quello della possibilità di affrontarli, anche attraverso la leva della fiscalità di vantaggio, sono stati introdotti nell’agenda europea delle priorità.
Siamo felici, quindi, di aver migliorato, con questo intervento, il testo del decreto-legge. Al contrario, siamo dispiaciuti che in esso siano contenuti altri interventi che ci preoccupano. Per ragioni di tempo mi limito a fare soltanto due esempi.
In primo luogo, la questione dell’Autorità per le risorse idriche: nel testo, voi prevedete di istituire un’Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche, composta da membri nominati dal Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente. Noi, invece, abbiamo chiesto di costituire una vera e propria authority o di stralciare questa norma perché l’agenzia che avete in mente rischia soltanto di essere un nuovo carrozzone.
Proprio dopo il referendum dei giorni scorsi, invece, è assolutamente necessario che vi sia un organismo realmente indipendente – quindi, con membri nominati non dal Governo, ma realmente indipendente – che vigili sull’entità delle tariffe, affinché il costo della acqua non sia caricato sulla fiscalità generale dei comuni, e che vigili soprattutto sull’entità e sulla qualità degli investimenti nelle reti idriche. Il rischio, infatti, potrebbe essere quello di fare invecchiare ulteriormente le reti idriche del nostro Paese, in tanti casi già molto vetuste, per l’indisponibilità del pubblico a sostenere gli investimenti necessari.
Noi avevamo chiesto che questa Autorità fosse realmente indipendente, perché l’esito del referendum ha generato anche una pericolosa identità tra soggetto regolatore e soggetto regolato. In sostanza, da oggi è lo stesso ente locale ad essere, nel medesimo tempo, regolato e regolatore. Per questo motivo occorre un soggetto terzo, assolutamente indipendente dal potere politico, che, altrimenti, sarebbe, per l’appunto, controllore e controllato.
Allo stesso modo, non siamo soddisfatti della formulazione dell’articolo 7, che riguarda la questione della riscossione. In particolare, non ci piace la parte concernente la riforma della riscossione per i comuni. Con questo intervento, infatti, avete voluto fare un favore ad Equitalia, lasciandole, per così dire, la polpa e liberandola, invece, della sua attività più fastidiosa, ossia la riscossione dei tributi e delle entrate locali, le quali, spesso, per Equitalia, hanno un costo maggiore e pretendono un carico organizzativo ben più complesso. Avete previsto che in futuro siano i comuni a dover provvedere alla riscossione delle proprie entrate locali.
In sostanza, mentre la Camera, solo qualche giorno fa, ha approvato una mozione che fissa i criteri per la riscossione delle entrate da parte della società Equitalia, con l’intervento legislativo che avete previsto in questo decreto-legge, si lasciano sostanzialmente immutati tali criteri, modificando, invece, i soggetti interessati dalla riscossione.
C’è quindi il rischio che per i contribuenti non cambi nulla rispetto alla situazione attuale, mentre aumenteranno i costi derivanti dalla costituzione di un gran numero di piccole società che dovranno provvedere alla riscossione per conto dei comuni che non saranno in grado di procedere in proprio. C’è il rischio, lo si evince leggendo questa norma, che ci possano essere fra qualche mese 8 mila piccole società di riscossione, 8 mila piccole Equitalia, una per ogni comune. Avreste almeno potuto lasciare ai comuni la facoltà di scegliere se avvalersi o meno di questa possibilità, se cioè utilizzare l’agenzia di riscossione nazionale oppure costituire una nuova agenzia. Avreste almeno potuto proporre una norma che orientasse i comuni a costituire nuove società associandosi però tra loro, e invece niente. Il risultato sarà che i comuni più grandi riusciranno forse ad attrezzarsi, mentre per i comuni più piccoli sarà molto difficile adeguarsi alla norma in tempo. Non si capisce neanche che cosa accadrà nella fase transitoria; se un comune non dovesse essere nella condizione di costituire la sua società per la riscossione o di costituire un ufficio capace di occuparsi della riscossione, cosa accadrà a quel comune? Cosa accadrà in questa fase transitoria? Di questa norma, cari amici della maggioranza, saranno felici soltanto quelli che troveranno, in queste nuove piccole società locali, qualche poltrona da scaldare grazie alla compiacenza della politica locale.
Ho fatto solo alcuni esempi delle cose che non ci piacciono in questo provvedimento ma, l’ho detto all’inizio e così voglio concludere, questo decreto-legge rappresenta per noi il provvedimento delle occasioni perdute; poteva essere lo strumento per anticipare concretamente alcuni temi della discussione che è in atto nel Paese e così non è stato, a causa delle debolezze e delle contraddizioni della maggioranza.
Noi ci auguriamo che voi non facciate lo stesso errore nella manovra economica che da qui a qualche settimana dovremo affrontare; se troverete la forza, la capacità e la lucidità per fare del Parlamento il luogo dove si discutono le riforme che sono necessarie all’economia del Paese e alle generazioni future noi, nel rispetto dei reciproci ruoli, di maggioranza e di opposizione, daremo il nostro contributo dicendo ciò che condividiamo, ciò che non condividiamo; contribuendo così a migliorare, se possibile, il testo dei provvedimenti legislativi che proporrete. In questa occasione purtroppo ciò non è avvenuto, l’auspicio è che possiate recuperare la lucidità necessaria per governare il Paese, non tanto nel vostro interesse, in quello della maggioranza, ma soprattutto nell’interesse dei cittadini che si aspettano un Governo forte, autorevole e capace di affrontare i grandi temi sul tappeto nel Paese.

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