Uno sforzo maggiore in competenza
(da il Quotidiano della Calabria del 08/01/2009)
Caro Direttore,
sto seguendo con interesse e con curiosità il dibattito sul futuro della Calabria che il suo giornale sta animando. Temo, però, che gli apprezzabili sforzi di analisi e i tanti positivi frammenti di un meridionalismo moderno, possano rimanere un getto d’inchiostro sulle colonne di un quotidiano.
Dimostrano, ancora una volta, che in Calabria ci sono delle buone idee e che esistono anche pezzi di società e di classe dirigente animati da ottime intenzioni e da condivisibili speranze, ma che le loro intenzioni e speranze rimangono, loro malgrado, relegate al livello della discussione teorica; una discussione che la politica ed il resto della società e delle classi dirigenti calabresi giudica persino apprezzabile, così come si giudica, però, un buon argomento di conversazione.
Dico questo, non certo per pessimismo, ma perché, giunti a questo punto, è indispensabile partire da una visione realistica delle cose. Sperimento ogni giorno, nella mia funzione, i limiti di un falso bipolarismo che in Calabria costruisce le alternative di governo solo sugli errori di chi ha governato prima o sugli equilibri di palazzo. Sono un parlamentare, che però ha anche la responsabilità di decidere a quali alleanze far partecipare il suo partito e che è cosciente del fatto che il ruolo dell’Udc potrebbe essere determinante nell’assegnare la vittoria, alle prossime elezioni in Calabria, ad uno o all’altro schieramento. Eppure, le alleanze ci vengono richieste da singoli candidati, sulla base di argomenti che appartengono più al Risiko della politica che alla prospettiva della regione.
È come se non ci si rendesse ancora conto che è finita l’epoca nella quale ai gruppi dirigenti del Sud si guardava con una certa accondiscendenza. La gravità della crisi, l’impossibilità di reperire risorse per interventi anticiclici, la necessità di mantenere invariati i saldi di bilancio ed il rapporto tra deficit e Pil per non pregiudicare la collocazione dei titoli di Stato che finanziano il debito, rendono non più tollerabili le vecchie pratiche e gli schemi tradizionali della politica meridionale.
Ai suoi dirigenti politici è richiesto uno sforzo maggiore in termini di competenze in materia di politica economica e di sviluppo locale. O ci sarà una rottura profonda col passato o non ci sarà futuro. Il Mezzogiorno vive la sua stagione peggiore e più difficile. La Calabria in particolare, aveva già nel 2007 un Prodotto interno lordo che diminuiva mentre cresceva nel resto del Paese, ora pagherà, insieme al resto del Mezzogiorno, il prezzo più alto per la crisi. La diminuzione del Pil nelle regioni del Sud è stimata al doppio di quella del Centro-Nord, sia per il 2008 che per il 2009. Con l’aggravante che, quando il clima economico ricomincerà ad essere più favorevole nel Paese e miglioreranno le aspettative, nel Centro-Nord, a causa del maggior reddito disponibile per le famiglie, ci sarà potenzialmente un maggiore spazio per la ripresa dei consumi che invece sarà assente nel Sud.
Inoltre, comunque avverrà l’attuazione del Federalismo fiscale nei prossimi anni, già solo la progressiva affermazione del criterio del finanziamento dei servizi pubblici regionali sulla base dei costi standard, anziché sul criterio della spesa storica, rischia di essere devastante. Peggio sarà per la Calabria, a meno che la politica non trovi il coraggio di riqualificare la spesa pubblica regionale con quelle riforme della sanità, degli enti strumentali, dell’apparato burocratico e del precariato alle quali non ha mai messo seriamente mano e la società calabrese, nel suo insieme, dimostri realmente di voler dai suoi politici questo tipo di coraggio.
Tutto ciò, mentre prendiamo atto che il Mezzogiorno non fa più opinione nella comunità nazionale ed è percepito quasi come un luogo perduto ed irrecuperabile. Perciò, il Governo nazionale, pervaso da una cultura che predilige i sondaggi e le scelte demagogiche alla responsabilità dell’azione politica, può attingere alle risorse della Calabria e della Sicilia e dei fondi Fas senza che ciò sia avvertito come uno scandaloso trasferimento di risorse dal Sud al Nord del Paese.
Tra l’altro, per l’opinione pubblica, secondo me anche per quella calabrese, è giusto non finanziare il Mezzogiorno, perché tanto quelle risorse non produrrebbero sviluppo e buona politica. Si costruisce, in questo modo, uno straordinario alibi per costringere i cittadini del Mezzogiorno a pagare, per la seconda volta, le inefficienze storiche dei loro amministratori. È un alibi che non dobbiamo alimentare a nostra volta, perciò è urgente che si modifichi il regime di incentivi alle imprese, privilegiando i contributi in conto interesse ed intervenendo sul credito d’imposta, ma non si assuma (come sostiene la Lega) che al Mezzogiorno non debbano più andare risorse o che i finanziamenti al Sud provochino, quasi fatalmente, corruzione e sprechi. Anzi, proprio il Federalismo fiscale, tanto caro alla Lega, ha come suo presupposto l’ampliamento della base fiscale nei territori in ritardo di sviluppo e, dunque, la spesa per investimenti nel Mezzogiorno è propedeutica a realizzare questo obiettivo per consentire un Federalismo sostenibile nel Paese. In sostanza: senza colmare il deficit di infrastrutture necessarie allo sviluppo del Sud, non può esserci federalismo fiscale, perché alcuni territori non sarebbero strutturalmente in grado di finanziare con i loro tributi le proprie spese.
Personalmente non giudico il Federalismo una priorità per il Paese, anzi credo che sia un rischio altissimo per il Mezzogiorno. Credo, però, che possa rappresentare anche un’opportunità per la Calabria. E non solo perché, come spesso si dice, concorrerebbe a responsabilizzare gli amministratori locali. Sono infatti convinto che gli amministratori locali si possano responsabilizzare solo modificando il meccanismo della legittimazione politica che in alcuni territori conduce a premiare elettoralmente chi distribuisce più risorse clientelari: una differenze tra il Veneto e la Calabria è che se in Veneto un direttore generale di un’Asl produce 50 milioni di deficit viene rimosso e non può più svolgere la sua funzione, mentre in Calabria se lo stesso direttore generale si candidasse alle elezioni, con molta probabilità, sarebbe tra i primi eletti.
Sono del parere, invece, che il Federalismo fiscale possa essere un’opportunità per la Calabria, se una Regione meglio governata sapesse chiedere, in cambio della sua attuazione, qualcosa di realmente importante e strategico, che potrebbe essere – così come hanno intelligentemente evidenziato Rubbettino ed i giovani industriali – un regime di fiscalità di vantaggio per la Calabria, da conseguirsi attraverso un negoziato con l’Unione Europea. A quel punto, il Governo e la Lega, pur di realizzare lo spot del Federalismo, riscoprirebbero sensibilità verso i problemi della nostra regione e quindi anche un intervento così costoso diventerebbe praticabile.
Occorrerebbe, però, un governo regionale che non c’è. Ed una coscienza comune nella politica e nella società calabrese che non sembrano esserci ancora. La debolezza del tessuto economico, associata alla inadeguatezza delle politiche, hanno consolidato nel Mezzogiorno una società fragile, permeabile alla violenza della criminalità organizzata; e che, poiché non ha fiducia nelle possibilità delle Istituzioni, si limita a selezionare i propri gruppi dirigenti più in ragione dei particolarismi che questi alimentano che per ciò che possono fare nell’interesse generale.
Eppure ci sono tante risorse ed intelligenze: vocazioni territoriali inespresse, la più alta percentuale di giovani laureati, una varietà di piccole associazioni e di movimenti di ispirazione cattolica o a difesa della legalità. Si tratta, però, di tante monadi, con le quali la politica deve avere il coraggio di misurarsi in maniera innovativa, aiutandole ad organizzarsi per riaccendere la speranza nel cambiamento. Perché il Mezzogiorno è la parte dell’Italia che può crescere di più e costituisce una straordinaria opportunità per tutto il Paese. Altri Paesi in Europa, che – prima e meglio del nostro – hanno investito sui territori in deficit di sviluppo, hanno realizzato poi incrementi significativi del loro Pil. Ciò perché in un’economia globale non ci si può permettere di correre con una gamba più corta dell’altra.
A noi che svolgiamo una funzione politica, spetta la responsabilità di avvertire i rischi e le opportunità per il Paese e per la Calabria, purché non si ritenga che ogni cosa sia possibile cambiando soltanto il colore degli amministratori. Governare la Calabria è stato difficile per il centrosinistra (che pure aveva un diffuso tessuto di quadri dirigenti intermedi formatisi nei governi locali, nelle scuole di partito, nel sindacato, nelle associazioni) e rischia di essere ancora più difficile per il centrodestra di cui al momento non si conosce né l’elaborazione teorica né i punti di forza.




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